Claudia Koll durante gli incontri tenutisi a Bolzano, organizzati da Ai.Bi. Amici dei Bambini nel contesto del progetto C.A.S.A. promosso dal Forum delle Famiglie

La maternità diffusa di Claudia Koll: “Essere capaci di rialzare l’altro nella sua fragilità”

L’attrice, oggi mamma affidataria di tre figli, spiega il percorso che l’ha portata ad aprirsi all’accoglienza. Perché “dire non significa solo accogliere un bambino, ma permettere a se stessi di crescere”

C’è un’immagine che Claudia Koll porta con sé dai suoi viaggi in Africa e che oggi definisce la sua esistenza: quella di una bambina orfana in Burundi che, dopo una visita medica e l’acquisto di un paio di occhiali, la ringrazia con un semplice: «Grazie, mamma». In quella parola, che Claudia ricorda con profonda emozione, c’è tutto il senso di un riconoscimento. Come ha spiegato durante l’intervista che ha preceduto gli incontri organizzati da Ai.Bi. Amici dei Bambini a Bolzano all’interno del progetto C.A.S.A. – in cui ha presentato anche il suo libro “Qualcosa di me. Dialogo con un’amica” – esiste un’idea africana di maternità diffusa dove il legame non è dettato dal sangue, ma dalla capacità di “rialzare l’altro nella sua fragilità”.

Votarsi all’accoglienza

A Bolzano, negli incontri promossi in collaborazione con la sede locale di Ai.Bi. Amici dei Bambini, Claudia ha raccontato la sua identità attuale: una maternità che si è fatta strada tra le pieghe di una vita che ha preso un cammino diverso. Una “conversione” che, nell’etimologia stessa del termine, indica un cambio di direzione totale, diventando la chiave per comprendere le infinite possibilità di accoglienza. Nella sua vita, oggi, c’è spazio per l’affido familiare e per l’impegno con la sua associazione “Le Opere del Padre”, fondata nel 2005, attraverso cui sostiene progetti educativi e sanitari in Burundi – paese d’origine dei suoi tre figli – e servizi per le persone senza fissa dimora a Roma.
“Mi piace guardare a quello che c’è oggi, scoprendo come l’opera di Dio mi abbia resa ‘più Claudia’, togliendo tutte le difese e le sovrastrutture inutili che spesso attiviamo per proteggerci dagli altri”, racconta Koll. “Il Signore mi ha resa più libera, mi ha permesso di essere me stessa fino in fondo. In me c’è uno spiccato senso materno sviluppato negli anni: quando si cammina con il Signore il segreto è l’amore, la chiave per vivere è volere il bene dell’essere umano”.

Essere madre

Il percorso di Claudia come madre affidataria e tutrice è iniziato, idealmente, molto prima del suo reale avvio. “Circa venticinque anni fa, Enzo Biagi venne a casa mia per intervistarmi e mi chiese: ‘Cosa desidera?’. Risposi senza quasi pensarci: ‘Vorrei avere un figlio’. Quel desiderio espresso spontaneamente si è realizzato negli anni in maniera straordinaria, senza che io lo cercassi”.
Oggi quel desiderio ha i volti dei suoi tre figli. Il primogenito, giunto sedicenne dal Burundi per cure urgenti e poi un trapianto, è oggi un uomo sposato che lavora. Gli altri due, una ragazzina adolescente e un bambino, portano in casa una quotidianità fatta di gioie e fatiche. “Bisogna avere sempre le antenne alzate in casa — spiega — capire qual è la via migliore per farli sentire felici e accolti, liberandoli dalle barriere culturali e linguistiche”.
Claudia ricorda con tenerezza i primi tempi del loro arrivo a Roma: una maternità fatta anche di bigliettini sul frigorifero per imparare i nomi delle cose in kirundi e in italiano, di vicinanza nelle malattie e di una reciprocità che trasforma il genitore affidatario in un punto di riferimento vitale.
Cosa direbbe Claudia Koll alle famiglie che temono l’affido e si chiudono all’accoglienza?
“Dire ‘sì’ all’affido significa non solo accogliere un bambino, ma permettere a se stessi di crescere. Tutti e tre i miei figli mi hanno fatta crescere come persona. Di fronte alle difficoltà, che inevitabilmente ci sono, occorre molta delicatezza. La cosa bella è che l’amore è creativo: a seconda della persona che hai davanti, puoi trovare la via migliore per farla sentire a casa”.

Riscoprirsi fratelli e sorelle

Questa attitudine travalica i confini privati. Attraverso “Le Opere del Padre”, l’istinto di cura si estende ai “fragili tra i fragili”: i senza fissa dimora delle periferie romane, tra Rebibbia e Ponte Mammolo. “I poveri a volte si riferiscono a me come mamma”, racconta. In questo appellativo si riflette la struttura della sua associazione, concepita come una famiglia allargata dove, riconoscendosi figli dello stesso Padre, si scopre di essere fratelli e sorelle.
È qui che il concetto africano di comunità si sposa con l’azione sociale: dal sostegno alle ragazze in Burundi – con la creazione di una sartoria sociale che restituisce dignità alle giovani madri – fino all’accoglienza in appartamenti dedicati a Roma per le persone che possono rialzarsi dopo periodi di enormi difficoltà.
“Noi diamo una chance ai fragili; arriviamo dove spesso le istituzioni non riescono, grazie alla vicinanza e alla presenza costante, in collaborazione con i Servizi sociali del territorio”.
Claudia Koll oggi dà voce al dolore di chi vive ai margini: donne con figli piccoli, anziani soli, coppie che grazie all’aiuto dell’associazione sono riuscite a rimettersi in piedi. Ma riconosce anche il dolore di quelle madri che, in momenti di estrema fragilità, devono lasciare che i propri figli vadano in affido: «Conosco anche questa parte di sofferenza. Sono momenti di grande vulnerabilità che richiedono solo umanità e sostegno».

Informazioni e richieste sull’affido familiare

Se come famiglia sentite una chiamata in tal senso e/o voleste saperne di più, partecipate a un incontro informativo con le nostre famiglie che vivono questa esperienza.
Tutte le informazioni si trovano alla pagina dedicata del sito. Oppure scrivete una mail a affido@aibi.it