Affido. Dovremo gestire noi famiglia affidataria gli incontri protetti con la famiglia d’origine?

Una delle domande che più spesso fanno agli operatori le famiglie affidatarie riguarda gli incontri protetti, con i quali i minori rivedono la loro famigli d’origine. Chi li gestisce? Come ci si deve comportare in caso di “delusione” del figlio affidato? Le risposte degli esperti di Ai.Bi.

“Come avvengono gli incontri protetti con la famiglia di origine? Li dovremo gestire noi famiglia affidataria?”
Questa domanda è una di quelle che più spesso viene fatta agli operatori di Ai.Bi. da chi partecipa agli incontri informativi – tecnici sull’affido, inseriti nel percorso di informazione e preparazione pensato per i single, le coppie e le famiglie interessate ad approfondire la conoscenza dell’affido familiare.

Perché esistono gli incontri protetti

Nel rispondere, partiamo da una premessa: se gli incontro con la famiglia d’origine hanno come indicazione quella di essere “protetti”, significa che hanno la necessità di un monitoraggio da parte degli operatori. A sua volta, se questa modalità di incontro viene valutata necessaria è perché le relazioni fra genitore e minore necessitano di un aiuto professionale per essere “corrette”. Si tratta di situazioni nelle quali, da un lato, è importante facilitare la relazione esistente a diventare più funzionale ai bisogni dei bambini e, dall’altro, è necessario vigilare per agiti verbali e non verbali che in qualche modo possono turbare la serenità dei bambini o addirittura, nei casi più estremi, diventare pericolosi.
Generalmente, gli incontri protetti sono svolti in uno luogo dedicato, chiamato “spazio neutro”, alla presenza di un operatore. Sarà cura dell’operatore gestire questo spazio di incontro fra familiari e bambino e non certo della famiglia affidataria. Quello che resta a cura degli affidatari è curare bene la preparazione al momento, cercando di far vivere questo appuntamento in modo positivo e costruttivo. Gli affidatari, infatti, svolgono una funzione preziosissima nell’aiutare i bambini a prepararsi all’incontro con i familiari, aiutandoli a identificare quel momento preciso all’interno della settimana in modo che sappiano bene quando vedranno i familiari e in che modalità, senza attribuire aspettative positive eccessive e senza far pesare questi momenti come incombenza da adempire da parte della famiglia stessa.
Può sembrare banale, ma far sentire ai bambini che questi momenti per gli affidatari sono un peso non li aiuta certo a viverli bene e serenamente.
Come esempio, possiamo raccontare di Adelaide, una bambina che nutriva spesso grandissime aspettative rispetto agli incontri con la mamma, a cui puntualmente chiedeva se aveva trovato lavoro: nella sua testa, quello era l’unico motivo per cui lei era in affido. Alla risposta negativa, la bambina si chiudeva. La famiglia affidataria ha fatto un grosso lavoro per aiutare Adelaide ad arrivare con dei lavoretti fatti in casa da mostrare alla mamma, in modo che la piccola condividesse i suoi vissuti presenti senza caricare continuamente gli incontri di aspettative future, che nel breve sarebbero state continuamente disilluse.

Il ruolo della famiglia affidataria anche dopo l’incontro protetto

La famiglia affidataria fa un grosso lavoro anche di raccolta di emozioni post incontro. Accade che i giorni successivi agli incontri i minori sia più taciturni o, al contrario, più agitati, possono scegliere un interlocutore all’interno della famiglia affidataria oppure scegliere di tenersi tutto dentro. Gli incontri con i familiari, siano essi genitori, fratelli o nonni, muovono comunque dinamiche nel mondo interno del bambino, dinamiche che devono essere accolte e accompagnate. La famiglia affidataria è colei che accoglie e, quando possibile, aiuta a rielaborare.
Sintetizzando la risposta alla domanda iniziale, dunque, sicuramente non viene chiesto alle famiglie di gestire gli incontri, ma di essere consapevoli di quello che questo impegno comporta.