Madri Pentite . Cosa significa “pentirsi” di essere madre?

“Mi ci sono voluti dieci anni per uscire allo scoperto, per definirmi una madre pentita, perché mi sembrava di essere l’unica, ma non è così”. Chi parla così è Karla Tenório ,attrice e scrittrice brasiliana, madre di una figlia di 10 anni, creatrice del profilo Instagram delle “Madri Pentite”

Madri che non volevano esserlo. Anzi, che proprio non vogliono essere tali, pur avendo dei figli e amandoli. Controsenso? Boutade di qualche influencer per far parlare di sé? Può essere, visto che il “movimento delle madri pentite” è stato lanciato su Instagram da un’attrice e scrittrice brasiliana.

Tale Karla Tenório, che ha una figlia di 10 anni e che, si legge sul sito de Il Milanese Imbruttito, ha deciso di “trasformare il malessere in un movimento solidale per le donne come me”.
Ovvero, donne a cui non piace essere madri e che si sentono in colpa, sia per esserlo diventate, sia per il fatto di non volerlo essere, una volta diventate tali. Insomma, un bel ginepraio di malesseri e sensi di colpa che sarebbe facile liquidare con una battuta ma che, in realtà, apre alcuni scenari di cui vale la pena occuparsi, non fosse altro per la platea di circa 18 mila followers che conta il profilo Instagram delle madri pentite. Su tutte, c’è una domanda che più delle altre necessita di un risposta: cosa significa “Non voler essere madri”?

Non voler essere madre o non volere ciò che la società associa alla maternità?

Sempre sull’articolo de Il Milanese Imbruttito si legge che Karla, nelle tante interviste rilasciate, non manca mai di sottolineare di amare molto sua figlia, ma di “rigettare l’idea romantica della maternità”. E, forse, basterebbe questo per cambiare prospettiva: ciò che disturba la donna, e quelle che si riconoscono in lei, è l’essere madre o il “dovere” di conformarsi a una certa idea di madre veicolata da una cultura, una tradizione, una società? Perché, si capisce, a seconda di come si risponde a questa domanda preliminare, cambia tutto.
Proseguendo nell’articolo si leggono alcune dichiarazioni della Tenório che sembrano propendere per la seconda delle alternative: “Non ho mai avuto una babysitter, ho smesso di fare tante cose, ho smesso di accettare dei lavori perché mi sentivo in colpa e volevo essere una buona madre. I sintomi del rimpianto materno sono la frustrazione, la sensazione che la vita stia finendo, l’abbandono, lo scoraggiamento a sviluppare nuovi progetti di vita. Mi ci sono voluti dieci anni per uscire allo scoperto, per definirmi una madre pentita, perché mi sembrava di essere l’unica, ma non è così”.
Analizzando queste parole appare abbastanza chiaro che ciò che la donna più di tutto non sopporta sono delle conseguenze della maternità che non dovrebbero essere date per scontate: chi ha detto che avere una babysitter renda “meno madri”? Chi ha detto che alla nascita di un figlio si debbano smettere di fare tante cose o Non si debbano accettare più lavori? Ecc.

Perché la gran parte dei fattori di malcontento che elenca Karla Tenório sembrano rientrare in una vicenda personale sicuramente difficile ma che, come tale, fatica a trovare delle basi per diventare qualcosa di oggettivo e di condiviso. La depressione postpartum esiste, e la stessa Karla dice di aver sofferto addirittura di psicosi postpartum, dunque, sui sentimenti e la fatica personale della Tenório nessuno è deputato a esprimere giudizi. Ma se a partire da questa vicenda si vuole affermare un movimento di “madri pentite”, allora il discorso cambia.

Chi può dirsi pentita di essere madre guardando negli occhi il proprio figlio?

Il discorso è veramente complesso, perché sicuramente è possibile amare il proprio figlio ma pensare che sarebbe stato meglio, per se stessi, se non fosse mai nato. Nello stesso tempo, però, è davvero complicato vivere questa situazione senza sentirsi in colpa e senza trasmettere al proprio figlio queste sensazioni, con tutte le complicazioni che ne conseguono. Estremizzando il discorso: chi riuscirebbe a guardare negli occhi il proprio figlio, a cui vuole bene, e dirgli apertamente che sarebbe stato meglio se lui non fosse mai nato? Soprattutto, meglio per chi? Perché, generalizzazione per generalizzazione, si potrebbe suggerire, a chi si rende conto subito, dai primi istanti, di essere una madre “pentita”, che è possibile dare in adozione il proprio figlio, concedendogli (e concedendosi) la possibilità di una vita diversa.
Con questo non si vuole suggerire a tutte le mamme che si sentono in qualche modo “pentite” di aver avuto un figlio, di darlo in adozione: è impossibile generalizzare quelle che sono, tutte, una per una, unicamente delle storie personali. Ma, allora, forse è allo stesso tempo impossibile, da una vicenda generale, dare vita a un movimento di “madri pentite” che esiste solo nell’effimera e semplice adesione di un “like” sui social.