“Non sapevo che tutto fosse nato da un’adozione”

Ci sono tantissime storie incredibili che nascono da un’adozione, anche se, magari, i più non lo sanno. Storie che vale la pena raccontare e conoscere perché… sono incredibili

Dire “figli adottati” è un’espressione pleonastica: la parola “figlio”, da sola, infatti, è esattamente la stessa cosa, sia davanti alla legge, sia nella realtà di ogni famiglia. Eppure, nella pratica, non sempre è così, e quando si pensa a un “bambino adottato” ci si immagina qualche storia di povertà e di difficoltà, riscattata dalla “fortuna” di aver trovato una famiglia pronta a dare una seconda possibilità. Stereotipi duri a morire, che non vogliono negare che tantissimi dei figli adottati abbiano alle spalle storie difficili, ma che danno una visione limitata, egoistica ed estremamente povera dell’adozione, che va superata una volta per tutte.
Nasce anche da qui l’idea di raccontare qualcuna di queste vite di “figli adottati”, non con l’intento di mostrare come ci si possa “riscattare” da una situazione di difficoltà, ma per provare a mostrare come ci siano tante persone conosciute per i loro meriti e le loro capacità, che in pochi sanno essere dei “figli adottati”. Come è giusto che sia.
In fondo, si tratta solo di belle storie da raccontare, che possono suscitare, alla fine, un po’ di sorpresa nel dire: “Non sapevo fosse stato/a adottato/a”…

Una storia straordinaria nata con un’adozione

La prima storia che vogliamo raccontare parte da Homs, città siriana che, nel 1931, quando qui nasce Abdul Latif Jandalinon è devastata dalla guerra come oggi. Anzi, è un luogo in cui un figlio di una numerosa famiglia musulmana, benestante e tradizionalista, può pensare di poter andare a studiare all’estero. E così fa Jandali, che a 18 anni si trasferisce a Beirut, in Libano, per studiare presso l’Università Americana. Gli studi proseguono poi proprio negli
Stati Uniti, dove il nostro conosce una studentessa della svizzera tedesca, Joanne Carole Schieble. La coppia è giovane, con poche risorse, e il loro amore non è ben visto dalle relative famiglie d’origine. Così, quando Joanne rimane incinta, i due decidono di portare a termine la gravidanza e dare subito il figlio in adozione. La coppia, poi, si sposerà e avrà un’altra figlia, Mona, che diverrà una scrittrice di successo con il cognome Simpson e che verrà cercata, anni dopo, dal fratello, diventato famoso, mettendo in campo anche degli investigatori privati, a conferma di come i legami vadano oltre gli ostacoli e le lontananze di una vita.
Ma torniamo al primogenito di Jandali e Joanna. Il piccolo viene adottato da Paul Reinhold e Clara, residenti a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California, quando questa zona ancora non era conosciuta come la Silicon Valley. Papà Paul fa il meccanico, mentre mamma Clara è una contabile: i due battezzano il figlio e lo educano alla fede cristiana. Il bambino cresce, diventa un ragazzo, si diploma all’istituto Homestead, in California, e si iscrive al Reed College di Portland, in Oregon, che però abbandona dopo un solo semestre.
Inizia a lavorare alla Atari nel 1974 e, insieme al suo amico Steve Wozniak, al tempo dipendente della Hewlett-Packard, lavora alla prima versione del circuito del videogioco Breakout. Successivamente, i due decidono di mettersi in proprio, fondano una società la cui prima sede è un garage e producono il loro primo personal Computer: Apple I.
A questo punto si sarà capito chi è il “figlio adottato” in questione: Steve Jobs, la cui vita, come si dice in questi casi, da questo punto in poi… “è storia”. Nella puntata di radio in famiglia che potete ascoltare qui sotto, c’è tutta la vicenda. Qui, basti aggiungere che se al termine del racconto avete esclamato “non sapevo fosse stato adottato”…e nient’altro, siamo sulla strada giusta!