Psicologia della Adozione. Cosa si risponde se il bambino dice: “Tu non sei mia madre?”

L’abbandono lascia cicatrici profonde nei figli adottati, che spesso “mettono alla prova” i genitori esternando rabbia e ansie per capire fino a dove può arrivare il loro amore

I figli adottati hanno sperimentato la sofferenza dell’abbandono e il dolore di un legame di appartenenza che si è spezzato precocemente. La paura che avvenga un nuovo abbandono li accompagna molto a lungo, in qualche caso per tutta la vita, e provoca un’angoscia a volte insostenibile anche quando non sono in grado di verbalizzarla. Questo li induce a mettere costantemente alla prova i genitori adottivi, sfiancandoli con provocazioni intense proprio per vedere fin dove arriva il loro amore.
Fino a che punto posso spingere, prima che voi mi riportiate in istituto?
Anche se vi mostro la mia parte peggiore, mi amerete ancora come dite o anche voi mi riporterete indietro?
Qualsiasi cosa faccia, sarò sempre vostro figlio/a
?”
Sono queste la domande implicite nei comportamenti di sfida dei figli adottivi, perché sono questi gli interrogativi che li tormentano e che popolano i loro incubi peggiori.

Le cicatrici profonde lasciate dall’abbandono

L’instaurarsi di una relazione affettiva stabile e continuativa è resa ancora più difficoltosa se il bambino, oltre a essere stato abbandonato dai genitori biologici, ha sperimentato anche dei fallimenti adottivi: il disagio, il malessere, l’insofferenza, la rabbia amplificano la confusione e il disorientamento e lo paralizzano rispetto al suo bisogno profondo di lasciarsi andare alla relazione.
Per ognuno di loro l’adattamento alla nuova famiglia rappresenta una sfida enorme. Nel loro comportamento ambivalente coesistono sia il bisogno di essere amati ed accettati anche nei lati più difficili da accogliere, sia le ansie legate alla paura di perdere nuovamente il legame.
Essenziale, per ridurre l’ansia del bambino, è la capacità del genitore di restare disponibile e accessibile, cosa che offre al figlio la possibilità di strutturare una base sicura per radicarsi nel nuovo nucleo.
È necessario porsi in ascolto con il dolore del proprio figlio e sintonizzarsi con le emozioni che sta esprimendo, anche quando indiscutibilmente non è semplice: è importante ascoltare e accogliere il suo smarrimento, cercare di capire qual è il suo bisogno in quel momento e rispondere con sensibilità. Vuole assicurarsi che il rischio che ha corso precedentemente e la percezione del baratro dell’abbandono che lo ha accompagnato così a lungo, questa volta potranno definitivamente diventare “soltanto” un doloroso ricordo e da lì ripartire per radicarsi con solidità e sicurezza nel nuovo contesto di vita. Ma, soprattutto, potrà per la prima volta sperimentare la meravigliosa sensazione di appartenere autenticamente a qualcuno che lo accoglierà in tutte le sue sfaccettature, anche quelle più faticose da accettare.

Non un rifiuto del ruolo del genitore, ma la richiesta di una conferma

È inevitabile, in un primo momento, sentire un dolore intenso per questa esternazione: lo sforzo deve essere tuttavia quello di non percepirlo come un attacco al vostro legame, quanto piuttosto come una richiesta di conferme che, qualsiasi comportamento metterà in atto, rimarrà per sempre vostro figlio e che il vostro amore rimarrà un saldo punto fermo della sua vita.
A ostacolare il processo di inserimento o a riacutizzare ansie precedentemente sedate e integrate, concorre spesso la costruzione di una immagine di sé negativa del bambino, radicata nell’idea di non essere desiderabile, meritevole di amore, colpevole dunque del proprio abbandono e incapace di trattenere accanto a sé le figure adulte di riferimento. Il rischio è quello che il bambino resti intrappolato in una spirale negativa in cui si attenda di andare incontro a un nuovo fallimento e a un rifiuto; il suo comportamento, dunque, in qualche modo cerca di “anticipare” ciò che sente come un finale ineludibile. Per tali ragioni è indispensabile che il genitore non interpreti queste situazioni come un rifiuto del proprio ruolo di genitore, ma come il bisogno del figlio di urlare la sua rabbia, la sua angoscia, di poter finalmente comunicare a qualcuno quanto ha sofferto, senza più il timore di deflagrare in mille pezzi.
Naturalmente per comprendere pienamente qual è il bisogno specifico verso il quale vostro figlio sta richiamando attenzioni, sarà importante considerare la sua età, il contesto, la fase dell’adozione in cui si trova e le dinamiche delle relazioni familiari attuate fino a quel momento.
Molto spesso, questo comportamento provocatorio emerge durante un conflitto di minore importanza, magari a seguito del mancato permesso di guardare il programma preferito fino a tardi o di uscire la sera con gli amici; l’amore incondizionato rispetto a cui sta cercando conferme, non può tuttavia prescindere da fermi requisiti educativi che sono parte integrante della sicurezza e della protezione su cui si fonda un’autentica relazione genitoriale. “Sì, sono tuo padre/madre, ed è proprio per questo che ti lascio urlare la tua rabbia. Perché sono qui per proteggerti. Ed è con questo che ti dimostro il mio sconfinato amore”. Questo è quanto il bambino ha bisogno di sentirsi dire in quel momento.

Dott.ssa Marina Gentile
Psicologa e psicoterapeuta, sede Ai.Bi. di Barletta