Adozione Internazionale. Un dovere collettivo: vedere nel bambino abbandonato “l’altro mio figlio”

L’accorato intervento di Marco Griffini, presidente di Ai.Bi. Amici dei Bambini, all’Assemblea degli Enti autorizzati: la sfida culturale dei prossimi 25 anni per dare futuro all’Adozione Internazionale

All’Assemblea generale degli Enti autorizzati alle adozioni internazionali, convocata dalla Commissione per le Adozioni Internazionali (CAI) e svoltasi all’Auditorium del MAXXI di Roma giovedì 26 marzo 2026, era presente una nutrita delegazione di Ai.Bi. Amici dei Bambini guidata dal Presidente Marco Griffini e l’Amministratore Delegato Valentina Griffini. Con loro, Cinzia Bernicchi, dell’ufficio di presidenza; Michele Torri, Responsabile nazionale dell’Adozione Internazionale e Margherita Plotti, Referente della sede Ai.Bi. di Roma.
Durante l’intensa giornata, nella quale è stato anche approvato dall’Assemblea il Manifesto degli Enti Autorizzati per il futuro dell’adozione internazionale: “Per ogni bambino che aspetta”, c’è stato spazio per un sentito intervento da parte di Marco Griffini, intitolato “L’adozione internazionale ha ancora un futuro? – La sfida culturale dei prossimi 25 anni”.

Esistono ancora bambini abbandonati nel mondo?

Partendo dalla premessa che l’assemblea potesse “rappresentare uno spartiacque nella storia recente dell’adozione internazionale in Italia, dopo la parabola iniziata con la ratifica della Convenzione dell’Aja nel 2000, il picco del 2010-2011 e la curva discendente degli ultimi anni che sembra essersi finalmente arrestata, il Presidente di Amici dei Bambini ha invitato a cambiare prospettiva, non continuando a chiedersi se “l’adozione internazionale abbia ancora un futuro”, ma domandandosi se nel mondo, oggi, esistono ancora bambini abbandonati.
La risposta è , anche se nessun organismo internazionale – neppure l’Unicef – è in grado di dire quanti minori vivano negli orfanotrofi né quale sia il loro reale stato di abbandono. Questo silenzio statistico rivela una verità scomoda: “l’abbandono non interessa”, perché di abbandono “non si muore”, almeno non nell’immediato.
Eppure, dietro le porte chiuse degli istituti restano milioni di bambini che nessuno ha ancora dichiarato adottabili, che nessuno nel loro Paese ha voluto e per i quali l’adozione è l’unica e definitiva possibilità di tornare a essere figli.

Dalla parte dei bambini abbandonati

E sta proprio qui il passo decisivo del “cambio di prospettiva”: perché se per un adulto esistono molte strade per diventare genitore, e l’adozione è “solo” una di esse, per un bambino abbandonato l’adozione è l’unica via per ridiventare figlio.
Il fatto che questa verità non venga riconosciuta universalmente, ci porta dritti a scontrarci con quelli che sono i “veri nemici dell’adozione”: i “miti culturali”!
Il mito dell’assistenza che può rimarginare il vuoto originario dell’abbandono; il mito dell’etnia, che preferisce il bambino “abbandonato, ma nel suo Paese d’origine”; il mito del legame di sangue, che porta a un accanimento su affidi e collocamenti temporanei fino a rendere l’adozione quasi impossibile
Le conseguenze sono drammatiche: affidi “sine die che finiscono solo con la maggiore età; lunghe “neglect list” di ragazzi ormai grandi, rimasti per anni invisibili negli istituti; care leavers che, compiuti i 18 anni, vengono accompagnati fuori dall’orfanotrofio senza strumenti per affrontare la vita adulta: gli studi internazionali sono concordi – afferma Griffini: “Senza un adeguato accompagnamento, solo il 20% di questi giovani riesce a inserirsi nella società”.

Cambiare direzione

Per cambiare rotta, serve una svolta culturale fondata su due assiomi: l’adozione è l’unica possibilità per garantire a un minore abbandonato il diritto di essere figlio e l’abbandono è una responsabilità collettiva. Non basta non essere colpevoli dell’abbandono: come cittadini del mondo, siamo comunque responsabili del futuro di questi bambini.
Da qui le proposte: rapporti periodici sul fenomeno dei minori negli istituti e programmi di cooperazione per prevenire l’abbandono e favorire la deistituzionalizzazione; la gratuità dell’adozione internazionale e campagne di promozione dell’accoglienza; un cambio di sguardo sulle famiglie adottive, da problema a risorsa, da mettere al centro e da sostenere soprattutto nel “dopo”, quando l’adozione comincia davvero.

L’altro mio figlio

Griffini chiude con un appello che è insieme programma e augurio: ogni bambino abbandonato deve essere guardato come “l’altro mio figlio”, chiedendosi con onestà “di chi sia figlio”, oggi, se nessuno lo ha accolto. La risposta, per chi ascolta, è una chiamata a non rassegnarsi al declino, ma a credere che l’adozione internazionale possa avere un futuro florido, se la società saprà assumerla come responsabilità condivisa e come concreta speranza di vita nuova per migliaia di minori nel mondo.

Informazioni e domande sull’adozione internazionale

Chi sta considerando un’adozione internazionale o semplicemente desidera avere maggiori informazioni su questi temi, può contattare l’ufficio adozioni di Ai.Bi. scrivendo un’e-mail a adozioni@aibi.it.
Ai.Bi. organizza periodicamente anche dei corsi pensati per dare alle coppie che si avvicinano per la prima volta al mondo dell’adozione, dando loro le nozioni base sulla normativa di riferimento, le procedure da espletare, la presentazione della domanda di idoneità, ecc. A questo link si possono trovare tutte le informazioni relative al prossimo corso online “Primi passi nel mondo dell’Adozione Internazionale”. Dona per il Fondo Accoglienza Bambini Abbandonati