Kosovo, il Paese senza orfanotrofi. Nel ricordo di Laura Scotti, Ai.Bi. sostiene progetti di affido per i bambini abbandonati

Un territorio in cui, grazie all’impegno di Amici dei Bambini e dei suoi programmi di affido, nonostante le sofferenze e i problemi della guerra, ad non c’è stato ancora bisogno di aprire alcun orfanotrofio: questo è il Kosovo, la cui delegazione, composta da due rappresentanti del Ministero del lavoro e dell’assistenza sociale (dicastero che nel Paese ha in carico la tutela dell’infanzia e, perciò, gestisce sia le accoglienze familiari temporanee che le adozioni nazionali e internazionali) è venuta in visita alle attività di Ai.Bi. per infanzia e famiglie in difficoltà. Con loro, una rappresentante di UNICEF Kosovo e cinque componenti dell’equipe tecnica dell’associazione OFAP (Organization for Children without Parental Care – Associazione minori abbandonati).

Obiettivo principale sarà la visita a strutture di Amici dei Bambini che rispondono ai bisogni di assistenza di minori temporaneamente fuori famiglia, ma anche alle realtà di servizio e accoglienza di nuclei vulnerabili (comunità mamma-bambino) e, soprattutto, l’incontro con le coppie che hanno terminato la loro esperienza di adozione, diventando genitori di bambini provenienti dal Kosovo

kosovo. La visita della delegazione in ItaliaUn ricordo denso, appassionato, ancora emozionato e commosso nonostante da quella data fatale siano trascorsi ormai vent’anni: è quello che qualche giorno fa il giornalista di Avvenire Claudio Morici ha fatto degli ‘eroi’ che, in un tempo in cui il Kosovo era allo stremo, con coraggio e generosità erano in viaggio per presentare progetti di cooperazione internazionale a favore dei bambini abbandonati, i più deboli tra i deboli di un popolo derelitto. Tra questi, Laura Scotti, addetta stampa di Ai.Bi., “una bella ragazza dai capelli lunghi rossi e viveva a Roma, lei milanese di 36 anni, responsabile delle comunicazioni esterne del progetto ‘Emergenza bambini in Kosovo’”, come la ricorda Morici. Con lei altri cooperanti erano in viaggio in aereo verso Pristina. Dove non arrivarono mai: il velivolo, avvolto dalla nebbia, si schiantò contro una montagnaUn libro ne ricorda l’indimenticabile presenza e la dolorosa scomparsa.

Vent’anni dopo, accanto al ricordo di Morici (che riportiamo integralmente qui sotto), Ai.Bi. Associazione Amici dei Bambini continua ad abbracciare e accarezzare, anche se in modo indiretto, l’infanzia abbandonata del Kosovo: oggi, 27 settembre, incontrerà una delegazione composta da due rappresentanti del Ministero del lavoro e dell’assistenza sociale del Kosovo, dicastero che nel Paese ha in carico la tutela dell’infanzia e perciò gestisce sia le accoglienze familiari temporanee che le adozioni nazionali e internazionali, con una rappresentante di UNICEF Kosovo e cinque componenti dell’equipe tecnica dell’associazione OFAP (Organization for Children without Parental Care), la realtà che sta per lanciare un progetto di rilancio dell’affido per i minori kosovari fuori famiglia. Un’iniziativa, la visita odierna, che ha l’obiettivo di condividere le buone pratiche con i visitatori, anche attraverso la visita alle strutture di Amici dei Bambini dedicate ai bisogni di minori e famiglie vulnerabili. Con, in più, l’incontro con le coppie che hanno adottato bambini senza famiglia provenienti dal Kosovo.

Sotto l’articolo di Morici, pubblicato lo scorso 16 settembre da Avvenire.


L’autunno del prossimo 2019 saranno vent’anni. Eppure quella telefonata, ricevuta un freddo e grigio giorno di pioggia a Pristina, in Kosovo, ancora mi pesa e mi fa pensare. Dovevo rimanere un giorno in più e non ripartire subito per l’Italia, terminato il mio servizio? Ma, poi, che cosa poteva cambiare, che cosa potevano rappresentare la mia presenza fisica o la mia assenza? Che cosa cambiava? La storia doveva andare in quella direzione, e basta. La montagna e la nebbia non potevo certo spostarle. Neppure il destino di quelle persone avrei potuto modificare.
«Ciao Claudio, arrivo dopodomani, con il volo del “Pam”. Vengo a Pristina per presentare dei progetti di Ai.Bi. (Associazione amici dei bambini, ndr). Dai, resta, non partire…». Ma il rientro era già stato programmato con “Avvenire” e l’indomani presi un volo di linea che, via Vienna, mi riportava a Milano.
Laura Scotti era una bella ragazza dai capelli lunghi rossi e viveva a Roma, lei milanese di 36 anni, responsabile delle comunicazioni esterne del progetto “Emergenza bambini in Kosovo”. Non la conoscevo direttamente, ma attraverso i nostri contatti di lavoro. Su quel volo, lo venni a sapere leggendo la lista dei passeggeri, c’era anche Paola Biocca, addetta stampa del Programma alimentare mondiale (Pam). Con lei, invece, ci conoscevamo. Il nostro lavoro ci aveva fatto incontrare sotto le bombe della guerra serbo-kosovara.
Quel 12 novembre 1999 erano in ventiquattro, compreso l’equipaggio italiano, a bordo di un aereo bimotore turboelica Atr-42, con le insegne del World Food Program, “Pam” in inglese. Decollato da Roma, l’aereo si schiantò contro una montagna del Kosovo chiusa nella nebbia. Tutti morti. I passeggeri erano impegnati in missioni umanitarie. Undici i nostri connazionali.
Domenica scorsa, una simile tragedia è accaduta in Sud Sudan. Un aereo in volo “umanitario” si è schiantato al suolo in fase di atterraggio tra la capitale Juba e Yirol. Qualcosa non ha funzionato. Forse, anche in questo caso, il cattivo tempo ha decretato il destino di venti passeggeri. Ma tre sono sopravvissuti. Tra loro un medico italiano: Damiano Cantone, dottore della ong Medici con l’Africa Cuamm. Il Sud Sudan lo conosco abbastanza bene. Per raggiungere località sperdute o cittadine lontane, a causa della assoluta mancanza di strade adeguate al loro nome e della generale insicurezza, si è obbligati a farlo attraversando il cielo e le nuvole, bello o cattivo tempo che sia.
Ogni nostro giorno il cielo è solcato da tanti Laura, Paola e Damiano. Volano nelle nuvole tempestose dell’emergenza umanitaria, trasportando nei loro bagagli e nel loro cuore la speranza da donare agli altri. Sarà un pezzo di pane o un bisturi. Sarà una Ong o una missione ufficiale Onu, ma tutti dovranno raggiungere il loro “campo di battaglia”. Vent’anni fa era il Kosovo, pochi giorni addietro il Sud Sudan. Laura di ritorno da una zona pericolosa, nel suo diario appuntò queste parole: «Ho avvertito una paura fisica, reale. Così come è reale che non ci dobbiamo fermare davanti a questa paura». Andare a realizzare l’impresa basilare della solidarietà, questa la loro azione preziosa. Come dei pionieri impegnati a rifondare una esistenza più dignitosa, là dove è stata perduta. Autentici cittadini del mondo, quasi sempre al margine dei notiziari. Fintantoché la mano del destino sosterrà l’esile filo della loro esistenza.

Fonte: Avvenire