Utero in affitto all’estero: il pericolo di bambini “senza patria”

La mancanza di una regolamentazione comune e una condanna unanime verso la pratica della maternità surrogata aumenta il rischio di generare dei bambini senza diritti e senza riconoscimenti

Il caso del capogruppo dell’Unione Cdu/Csu al Bundestag, Jens Spahn, costretto a dimettersi dopo aver reso pubblica la nascita del figlio avvenuta tramite maternità surrogata all’estero, ha riportato al centro del dibattito la questione dell’utero in affitto e tutti gli interrogativi che porta con sé sul piano etico, giuridico e umano.

Coerenza politica

Riassumendo brevemente la questione più di attualità, Spahn è un politico tedesco di spicco, ex Ministro della Salute, appartenente al gruppo parlamentare dell’Unione Cristiano-Democratica(Cdu/Cdu), la principale forza conservatrice della Germania. Un partito fermamente contrario alla pratica della maternità surrogata, che in Germania è illegale. Proprio nel febbraio 2026, il congresso nazionale della Cdu aveva confermato con un voto il mantenimento del divieto di tale pratica nel Paese.
Si capisce, dunque, che all’annuncio di essere ricorso alla maternità surrogata all’estero, le inevitabili pressioni abbiano portato Spahn alle dimissioni.

Mancanza di uniformità

Al di là del caso specifico, però, quanto accaduto ribadisce la necessità, più volte sostenuta da Ai.Bi. Amici dei Bambini, di una moratoria sulla pratica dell’utero in Affitto che valga a livello internazionale.
Come detto, infatti, anche in Germania la maternità surrogata è vietata ma, in alcune circostanze, eventuali gravidanze avvenute all’estero tramite questa pratica possono essere riconosciute, alimentando quell’area grigia che, di fatto, sostenta una pratica che trasforma la gravidanza in un contratto e il bambino in un oggetto “di mercato”

Il rischio dei bambini apolidi

Avvenire ha dedicato un lungo articolo alla questione, riprendendo anche le considerazioni rilanciate dal The Guardian con le parole del professor Michael Hellner, ex presidente del gruppo di lavoro che all’interno della Conferenza dell’Aia di diritto privato internazionale (Hcch) ha lavorato per 15 anni proprio al tentativo di introdurre una Convenzione globale sulla maternità surrogata.
Le differenze legislative tra i vari Paesi e il fatto che nazioni come Ucraina, Georgia o alcuni stati del Messico permettano la GPA, apre alla possibilità che i bambini nati all’estero attraverso maternità surrogata restino esposti a incertezze giuridiche e perfino a situazioni di apolidia. Quando la filiera riproduttiva attraversa più ordinamenti, infatti, la tutela del minore può diventare fragile e dipendere da riconoscimenti successivi, procedure complesse e interpretazioni non uniformi.
Perché, alla prova dei fatti, quando un bambino “c’è” è giusto e necessario tutelarne i diritti e cercare di definire chiaramente anche lo status dei genitori. A oggi, ogni Paese cerca una strada a modo suo. E se, come riporta sempre Avvenire, è vero che solo nel 2025 in Gran Bretagna sono entrati 981 bimbi nati da maternità surrogata in Paesi come America, Nigeria, Colombia (dove è consentita la maternità surrogata “solidale”) e in quelli già citati, è evidente come la questione sia tutt’altro che trascurabile e come il problema di fondo resti la mancanza di una vera volontà politica globale di dichiarare l’Utero in Affitto una pratica illegale in tutto il mondo.

A cura della redazione di Ai.Bi. Amici dei Bambini, dal 1999 al fianco dei bambini ucraini abbandonati o in difficoltà familiare.