Sharenting: quali rischi corrono i bambini quando i genitori pubblicano le loro foto

Sempre più spesso i genitori pensano sia naturale condividere contenuti social in cui sono presenti i figli, sottovalutando rischi e future implicazioni. Una riflessione e qualche domanda concreta per aiutare a decidere se e cosa condividere

Condividere online una foto del primo giorno di scuola, di una festa di compleanno o di una vacanza, per moltissimi genitori è un gesto ormai abituale: in fondo, non è forse naturale tenere un ricordo di un bel momento vissuto insieme?
Evidentemente, la domanda ha una risposta scontata se ci si mette dalla parte dell’adulto; ma se, invece, si prova anche solo per un attimo a cambiare prospettiva e mettersi dal lato del minore, tutto cambia. Perché quello che per un genitore può essere l’impulso e la soddisfazione, anche positiva e in buona fede, di un momento, per il figlio diventa una traccia digitale impossibile da controllare (e di cui, spesso, è proprio inconsapevole) e difficile da cancellare anche in futuro.

Lo sharenting

Il fenomeno della pubblicazione da parte di genitori e adulti di fotografie, video e altri dettagli della vita dei figli sui social e negli spazi digitali viene chiamato “sharenting”, dall’unione delle parole inglesi “sharing” (condivisione) e “parenting” (genitorialità). Una pratica verso la quale da tempo il Garante per la protezione dei dati personali richiama l’attenzione, sottolineando i rischi che questa esposizione comporta per l’identità digitale e lo sviluppo della personalità dei minori.

Un’impronta digitale decisa dagli adulti

Di fatto, ormai la maggior parte dei bambini, almeno nei Paesi cosiddetti “sviluppati”, arriva online prima ancora di poter scegliere se esserci. A volte, con le immagini delle ecografie, ancora prima di nascere.
Da quando si viene al mondo, poi, il più delle volte si può seguire tutta la crescita: sapere la scuola frequentata, gli sport praticati, i luoghi abituali di riferimento, i momenti familiari… tutti elementi che vanno a costituire, nel tempo, un vero e proprio profilo digitale che, però, è stato creato da altri e non dal diretto interessato.
Ma non è tanto la quantità dei contenuti pubblicata a essere rischiosa, quanto, come sottolinea il Garante della Privacy, il fatto che, trattandosi di materiale online, ogni immagine è destinata a rimanere presente a lungo sul web e a essere fuori dal controllo di chi l’ha postata. Le foto, infatti, possono essere a loro volta condivise, copiate, stampate… anche quando l’account del genitore appare privato.
Impossibile prevedere le conseguenze nel tempo, non solo a livello personale e dell’identità digitale del soggetto coinvolto, ma anche nelle tensioni che si possono generare nel rapporto tra genitore e figli: pubblicare senza ascoltare il bambino, magari anche foto intime o che, crescendo, il figlio può ritenere imbarazzanti, può trasmettere l’idea che la sua privacy non abbia valore.

I rischi da conoscere

Nelle ipotesi citate in precedenza, inoltre, manca il rischio peggiore, ovvero quello che le immagini dei minori possono essere “rubate” e usate impropriamente anche con finalità illecite.
Tra i rischi segnalati dal Garante della Privacy e da UNICEF (che ha pubblicato diversi articoli e ricerche sul tema) vi sono:

– Il riutilizzo non autorizzato di foto e video da parte di terzi, anche in contesti offensivi, ritorsivi o legati all’abuso sessuale online.

– La diffusione di informazioni che rendono riconoscibili il bambino e le sue abitudini, come la localizzazione, il nome della scuola o i luoghi frequentati.

– La creazione di profili, raccolte di dati o immagini false, fino al rischio di furto d’identità e frodi.

Tutto questo per non tirare in ballo anche la questione dell’intelligenza artificiale, che oggi rende ancora più importante la cautela, visto che qualsiasi immagine disponibile online può essere manipolata o riutilizzata in modi non autorizzati e dannosi.

Pubblicare con più attenzione

Dunque, se le cose stanno in questo modo, al di là delle leggi o dei singoli provvedimenti che possono venir presi di volta in volta, cosa si può fare, senza necessariamente dover scegliere l’assoluto digiuno social?
UNICEF, per esempio, invita a una condivisione più consapevole, fermandosi un attimo prima di postare e riflettendo in famiglia su chi potrà vedere il contenuto, quali dettagli rivela e se il bambino potrebbe sentirsi a disagio ora o in futuro.
Sempre utile, prima di postare un contenuto sui social, porsi qualche domanda: questa foto (o video) mostra dati personali? Rivela il luogo in cui si trova mio figlio? Potrebbe metterlo in imbarazzo da adolescente o da adulto? È davvero necessario renderla visibile online?
Se i figli sono più grandi, è poi possibile e positivo coinvolgerli direttamente nella decisione chiedendo il loro parere, cosa che nel contempo può educarli a loro volta al consenso e al rispetto della privacy.

Alcune regole pratiche

Se quanto visto finora è più un’indicazione generale sull’atteggiamento che è meglio tenere, il Garante della Privacy ha suggerito anche alcuni semplici accorgimenti pratici che possono ridurre i rischi.

  • Evitare di pubblicare immagini di minori; se si decide di farlo, limitarne il più possibile la diffusione.
  • Rendere irriconoscibile il volto del bambino, per esempio pixellandolo o coprendolo con un elemento grafico.
  • Non pubblicare fotografie che ritraggono minori svestiti, in costume da bagno o in situazioni intime.
  • Non associare alle immagini indicazioni su indirizzo, geolocalizzazione, scuola, attività abituali o altri dati identificativi.
  • Impostare la visibilità dei post solo per persone realmente conosciute, verificando con attenzione privacy e lista dei contatti.
  • Evitare post che raccontino difficoltà di salute, fragilità, voti scolastici, punizioni o altri aspetti privati della vita del bambino.

A cura della redazione di Ai.Bi. Amici dei Bambini ETS.
Dal 1983 al fianco dei minori in difficoltà, Ai.Bi. promuove la tutela dei loro diritti, la diffusione di contenuti informativi utili per giovani, minori e famiglie, e la sensibilizzazione sociale.