Valle Sabbia: “Perché l’adozione di Artur non mi basta più?”

pan di zuccheroMariateresa Canzi, giudice tutelare e una delle prime volontarie di Ai.Bi., dopo aver avuto 2 figli biologici ha adottato con il marito, Artur, un bimbo  della Moldova.  Ma tutto ciò non era ancora sufficiente: da qui l’idea diventata realtà, l’anno scorso, di fondare il centro servizi alla famiglia Pan di Zucchero in Valle Sabbia.

Cosa  spinge a pensare all’adozione internazionale dopo due parti naturali e soprattutto cosa spinge a fare sempre di più? Perché non è mai abbastanza?

Questa dell’adozione era una scelta che io e mio marito Marco – dice Mariateresa Canzi – avevamo preso ancor prima di sposarci. È una scelta a monte. Forse maturata anche grazie al fatto che entrambi siamo degli ex capi scout a Melegnano. Che avessimo avuto o meno dei figli naturali, noi avevamo già deciso di adottare un bambino. Quando i nostri due figli avevano quasi tre e quasi 5 anni abbiamo deciso di iniziare l’iter adottivo; era il mese di luglio 1998 e Artur era nato da pochi giorni!!”

Siamo andati a prenderlo e lui dopo un po’ – continua – che era con noi ci ha detto “ma perché non siete venuti subito?”

Dall’adozione alla realizzazione di un centro servizi alla famiglia in Valle Sabbia il passo è stato breve.

Ho sempre avuto una passione personale per i bimbi abbandonati – spiega Canzi – sin da giovane. Sono stata in Brasile con Ai.Bi. proprio per dare il mio contributo e aiutare come potevo i piccoli che si trovavano negli istituti. Dopo la condivisione dell’adozione, io e mio marito abbiamo sentito forte il desiderio di aprire un Gruppo Locale Famiglie che concretamente aiutasse i tanti minori che ancora vivono in istituto: il ricordo degli sguardi dei bambini che Artur ha salutato il giorno in cui ha lasciato l’istituto, era, ed è ancora, molto vivo.”

Una passione che Mariateresa e Marco hanno condiviso con gli amici che hanno accettato di essere volontari per Ai.Bi.: “quello che il nostro GLF ha fatto e continuerà a fare – continua – è possibile solo perché ognuno di noi dà il proprio contributo…Io e mio marito da soli non avremmo fatto nulla! Siamo riusciti nel nostro intento anche grazie a mio figlio Artur. Senza di lui non avremmo avuto l’adesione di tutti i nostri amici”.

 

Il centro servizi alla famiglia Pan di Zucchero mira a mettere in contatto da una parte le famiglie in difficoltà, dall’altra quelle volontarie disponibili all’accoglienza, al fine di colmare quella lacuna della prossimità famigliare ormai non più esistente nella nostra società. Insomma rompere il muro dell’isolamento a favore del mutuo soccorso e condivisione: tornando in qualche modo al concetto originario di famiglia allargata, “tribale”.

“Siamo troppo egoisti ed individualisti – aggiunge – e ci preoccupiamo solo del nostro piccolo orticello, ci preoccupiamo solo che i nostri figli stiano bene, senza pensare ai bambini che hanno bisogno. In questo egoismo, poi, i genitori di oggi sono più preoccupati di allontanare i bambini che sono in difficoltà piuttosto che cogliere l’occasione per educare i propri figli a crescere nella diversità, nella complementarietà e nell’uguaglianza; la scuola, ma anche le altre realtà educative, sono i luoghi in cui si esprime l’egoismo di noi adulti”.

Fra le attività del progetto, sono previsti anche eventi di raccolta fondi, centro servizi all’accoglienza come prevenzione al disagio minorile con  specifiche azioni di supporto, sostegno e punto di ascolto alle famiglie in difficoltà e  punto informativo Ai.Bi.

Perché Ai.Bi ti entra nel cuore nelle vene – conclude –  e sai che quello che fai è sempre poco perché, finché ci sarà un bambino abbandonato, non abbandoneremo il nostro impegno