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Adozioni per le coppie gay? Ancora equivoci, smarrimenti e nuove forzature/2

gay-pride-shutterstock_227021455Il dibattito riaperto dopo la pubblicazione della Relazione finale sullo “Stato di attuazione delle disposizioni legislative in materia di adozione e affido” presentata in Commissione giustizia della Camera che pare “sdoganare” o quanto meno aprire alla possibilità di adottare per le coppie omosessuali, ma anche per la persona singola, visto che la “responsabilità genitoriale non deve ritenersi più vincolata ad un mero fattore di carattere biologico”, suggerisce di riprendere alcune riflessioni e approfondimenti sul tema dell’identità e dignità dei figli nonché sul significato di “genitorialità”.

Un esercizio che è stato svolto a più voci, secondo diverse prospettive – con i preziosi contributi di Carlo Casalone (Concepire il figlio a Babele: chi sono i genitori?), Luciano Eusebi (Se il desiderio del figlio diventa diritto …), Matteo Martino (Padre e madre. Pensare la relazione genitori e figli nel nostro tempo), Massimo Reichlin (Adozione, adozione degli embrioni, fecondazione eterologa: analogie e distinzioni), Maurizio Chiodi (Tra fecondazione eterologa e adozione. Il figlio come dono, nell’età della tecnica, del mercato e del diritto liberale) – e raccolto nel fascicolo n. 15 della rivista “Lemà sabactàni? – contributi per una cultura dell’adozione” dedicato al tema “Il desiderio di un figlio. Adozione ed eterologa a confronto”, affrontando con pertinenza strane alternative proposte dal dibattito contemporaneo, ambigue similitudini e differenze da chiarire.

Se non costituisce un problema riconoscere che il diritto ad avere figli sia incoercibile (quante volte infatti sono state spese parole contro ogni forma di coercitivo controllo demografico teso ad impedire o inibire il desiderio di “avere figli”?), ciò non autorizza a considerare legittime tutte le modalità per conseguire lo status di “genitori”.

L’acquisto e la vendita di bambini è ancora (chissà per quanto tempo?) considerato un “traffico” di minori, neppure se la loro cessione dovesse avvenire con equo accordo economico tra le parti; tali figli poi “saranno comunque bambini amati”, pare rassicurare qualcuno: speriamo almeno questo, ci mancherebbe, ma resterebbero “venduti” e ciò non compromette la loro dignità, ma pone rilevanti questioni circa la loro strumentalizzazione, ridotti ad oggetto come mai nessuna persona vorrebbe essere trattata.

Quando “si pensa ai figli” capita ormai spesso di ascoltare adulti concentrati solo sui propri desideri rivendicati poi come diritti, spesso ben pretesi, argomentati e conseguiti – con buona pace dei diritti di tutti gli altri soggetti nel caso coinvolti -; difficile riscontrare sensibilità e attenzioni per i desideri e i diritti dei figli: ecco che mentre si lotta per l’ennesima modalità per soddisfare il desiderio di diventare genitori, ci si scorda che l’adozione è e resta l’unica possibilità per un minore orfano o abbandonato di tornare ad essere figlio e non solo un bambino.

Difficile dunque accostare l’adozione a tecniche o prassi di una potenziale genitorialità concepita a prescindere dall’identità filiale del soggetto che viene accolto. Il cammino di avvicinamento all’esperienza adottiva, quando ben percorso, consente di convertire molti pregiudizi e presupposti, ristabilendo un’etica sintesi tra “il desiderio di un figlio” e quello “di essere figlio”.

Non intendiamo giudicare alcun “desiderio di avere un figlio”, ma ci chiediamo se tutte le modalità e i percorsi per “avere dei figli” siano “equivalenti” o “indifferentemente sostituibili” e, soprattutto, se corrispondono coerentemente all’istanza di riconoscere nel “concepito”, partorito o adottato, sempre e almeno un figlio, altro soggetto da me, la cui vita libera e dignitosa è affidata alle mie cure e premure, non alla mia disponibilità (non si dispone infatti della vita altrui a proprio piacimento e neppure se lo si desidera tanto): mai un oggetto (da pretendere, ottenere, costruire, scegliere, produrre, …) o un soggetto da subordinare alla mia volontà.

Come non restare perplessi di fronte alla tendenza che suggerisce di pensare al figlio come ad un desiderio da conquistare ad ogni costo, al “prodotto” di un qualsiasi concepimento, esito ora di un combinato disposto di “materiale organico e genetico”, ora di un contratto tutelato da equo e condiviso scambio?

Pensiamo che talune delle possibilità terapeutiche offerte dalla procreazione medicalmente assistita possano essere opportunità se iscritte nella storia personale di una relazione coniugale, chiamata a misurarsi con la propria ipofertilità o sterilità, mentre riprende e ricerca, anche faticosamente, il senso di un desiderio che tuttavia non può tradursi in dispotico e autoreferenziale processo.

Fondamentale rendere ragione della specificità originale, non altrimenti surrogabile, della generazione propria della fecondità familiare, a fronte di una stagione culturale e sociale in cui i figli escono dalle prospettive delle relazioni coniugali o diventano pretesa di una qualsiasi persona o relazione.

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