Il libro bianco dell’adozione

E’ arrivata l’ora di cambiare la legge dell’Adozione Internazionale

Ma dipende da ciascuno di noi

Il Libro Bianco è una raccolta di storie di vita vissuta che verrà portato all’attenzione del Parlamento e di tutte le autorità competenti.
Mandateci la vostra storia, scriveteci, condividete la vostra esperienza con noi.

Scrivi la tua esperienza di Adozione

.
.
.

Le storie inviate da voi

[slider title=”Quello che nessuno dice sulle adozioni”] Quello che nessuno dice sulle adozioni
Se questa testimonianza aiuterà anche una sola coppia amorevole ad adottare un bambino saremo, in cuor nostro, ugualmente genitori.
Siamo una delle molte coppie che hanno cercato di ottenere l’idoneità all’adozione, ma che hanno ricevuto soltanto mortificazioni assurde per “giustificare” il diniego. Sappiamo che molte persone non sono a conoscenza di questo iter e che molti dei malcapitati si sentono talmente svuotati dopo il percorso che non riescono a parlarne.
Noi vogliamo parlarne per smuovere l’opinione pubblica.
Abbiamo deciso di scrivere e invitiamo altre persone a pronunciarsi sulle loro esperienze.
Gli orfani che circa 168.000.000 nel mondo (dati Ai.bi.)*
Sicuramente molte famiglie sarebbero felici di adottare questi piccoli, se l’iter delle adozioni non fosse così aberrante sotto troppi punti di vista.
La prima assurdità consiste nel fatto che l’Italia è l’unico paese europeo che IMPONE l’autorizzazione del tribunale dei minori! PERCHE’?
Facciamo parte della Comunità Europea o abbiamo capito male?
Alcune ASL richiedono addirittura 15 incontri, prima di preparare la relazione sulla coppia, da presentare al tribunale dei minori.
Chi non c’è passato farà fatica a immaginare cosa significhi sopportare un tale numero di incontri.
Scriviamo questa testimonianza di una richiesta di adozione finita male, perché uno dei problemi e dei dispiaceri maggiori che abbiamo sofferto durante il percorso è stato l’impossibilità di confrontarci con altre coppie nella nostra situazione e persino con coppie che hanno tra le braccia un figlio.
Perché tanta reticenza?
Perché il percorso in molti casi è talmente estenuante, avvilente e mortificante che le persone coinvolte non riescono nemmeno a parlarne.
L’istinto di sopravvivenza le spinge spesso a volersi buttare alle spalle un vissuto traumatico per non nominarlo più, per timore di evocarne il dolore.
Per non parlare della paura di ritorsioni che viene instillata, e permane persino anni dopo l’arrivo del figlio.
Scriviamo anche con la speranza che questo nostro gesto incoraggi altri a parlare pubblicamente del loro vissuto, affinché qualcosa cambi al più presto e perché: tutti devono sapere a cosa si va incontro, e imparare a conoscere i meccanismi che stanno dietro a certe assurdità.
Ovviamente non è così per tutti, perché se dovete avere un figlio egli arriverà nel modo e nei tempi più impensabili.
Troverete gli operatori giusti e adatti a comprendervi, nella regione o regioni più agevolate nel momento più favorevole, come è già accaduto per molte coppie.
Stiamo scrivendo per chi, come noi e SIAMO IN MOLTI, voleva e vuole donare se stesso a una creatura bisognosa, ma oltre a venire giudicato non idoneo, che ovviamente può rientrare in un disegno di vita, viene maltrattato oltre troppi limiti.
Chi compie serenamente e consapevolmente questa scelta, chiedendo alle istituzioni la possibilità di compiere un grande gesto d’amore che protrarrà per tutta la sua esistenza, non si aspetta certamente di essere processato, perché (tranne rare eccezioni) è in assoluta buona fede.
Chi, sano di mente, agirebbe una scelta di vita così importante con tutte le difficoltà che comporta?
Pensiamo soltanto alle questioni più comunemente conosciute, come le lunghissime attese burocratiche, il doversi recare per mesi in chissà quale angolo del pianeta, mettere da parte tutto il denaro che serve.
Ma soprattutto chiedersi, nel silenzio del proprio cuore, se si sarà umanamente in grado di far sbocciare l’amore tra sé e questa creatura sconosciuta, se si sarà in grado di farlo mettendo magari anche a dura prova il matrimonio, per tutto l’impegno che richiederà.
Uno invoca le sue risorse e le risorse della coppia, si arma di coraggio e parte.
Ci si presenta agli operatori, magari un po’ ingenuamente, perché si spera di essere aiutati e supportati in una scelta simile e si rimane invece subito scioccati (ovviamente non sempre) da quel che pare l’inizio di una mattanza…
Stiamo riportando tutto ciò perché: Finché nessuno sa, nulla potrà cambiare.

[/slider]
[slider title=”Dopo tre anni e mezzo, fermi ancora al primo passo”] Aurora: “Dopo tre anni e mezzo, fermi ancora al primo passo: ottenere il decreto di idoneità”
La storia di Aurora assomiglia a quella di tante coppie che provano ad adottare e incontrano ostacoli infiniti alla loro volontà e alla speranza di accogliere un bambino come figlio.

Lei e suo marito non si sono arresi, continuano a lottare. Anche se, in tre anni e mezzo, sono fermi ancora al primo passo: ottenere il decreto di idoneità.

Lasciamo che a parlare siano la loro storia, le loro lacrime, la loro rabbia, la loro tenacia. La cronaca di un iter che di lineare ha solo il loro desiderio chiaro e forte di adottare.

“Sostengo con tutte le mie forze la proposta di Riforma delle Adozioni Internazionali proposta da Ai.Bi. Questa è l’esperienza della nostra famiglia, cercherò di raccontarla in modo dettagliato e non troppo viscerale. Anche se sia io sia mio marito siamo passionali e spontanei. In Tribunale, dopo il primo decreto, ci siamo alzati in piedi e abbiamo detto: Voi volete che ad adottare siano solo calciatori e veline!. Forse è stato un errore, ma io sono abituata a parlare chiaro. Visto che una delle obiezioni alla mia idoneità era il fatto che io avessi un lavoro e quindi poco tempo da dedicare alla famiglia, mi chiedo: se bisogna garantire un buon tenore di vita ai figli e tuttavia non lavorare per avere tutto il tempo disponibile per stare con loro, chi mai sarà idoneo? Un milionario? Un’ereditiera, che può permettersi il lusso di vivere di rendita? E tutti gli altri?

Ma veniamo al racconto di questa via crucis.

Deposito Dichiarazione di Disponibilità ad inizio Marzo 2010, inizio colloqui con i Servizi Sociali dieci mesi dopo (gli incontri con la psicologa incaricata sono stati solo 2 della durata ognuno di 50 minuti), prima udienza in Tribunale con i giudici onorari un anno e mezzo dopo, a cui segue una seconda udienza in Tribunale (ci hanno detto che la prima non era regolare in quanto i giudici erano due donne e non di sesso opposto!).

Passano ben altri 10 mesi di attesa per ricevere un Decreto di Non Idoneità (basato esclusivamente sui due incontri avuti con la psicologa dei Servizi Sociali), deposito del Ricorso in Appello il giorno del mio 40-simo compleanno (bel modo di festeggiare, eh!?!), perizie neuropsichiatriche e psicologiche a go-go, prima udienza in appello a fine del 2012, richiesta da parte del Tribunale di Appello di un nostro percorso psicologico presso altra ASL della Provincia per un tempo minimo di 6 mesi…

Accettiamo e ricominciamo… Facciamo in questo caso ben 11 incontri con una nuova psicologa della durata ognuno di circa 1 ora e mezza.

All’inizio di questo mese ci presentiamo per la seconda Udienza in Appello. Risultato: una relazione psicosociale da parte di questi nuovi Servizi Sociali splendida, altamente positiva come da loro riportato. Purtroppo mettendo a confronto le due relazioni (quella prodotta dai primi Servizi Sociali e quella dei Servizi Sociali a cui siamo stati affidati in appello) sale tanta rabbia: o fatti riportati sono gli stessi…

Sapete quanto cambia quando, descrivendo i fatti, si aggiungono aggettivi, si portano motivazioni, ci si mette davvero in sintonia con il vissuto della coppia? Cambia il destino di una famiglia!

Cambia la possibilità di accogliere un bambino e farlo sentire il dono più speciale della nostra esistenza. Noi siamo ancora in attesa del Decreto di Appello, ma comunque andrà, siamo felici di averci provato, di aver lottato per nostro figlio. Fino a che ci sarà una possibilità non ci vogliamo arrendere perché, se noi cediamo di fronte all’indifferenza del sistema e della burocrazia, chi ascolterà e sosterrà questi bambini che chiedono solo di avere una mamma e un papà e non hanno mezzi per gridare questo loro desiderio, se non con il silenzio e l’attesa piena di speranza?

Tante coppie che avevamo conosciuto all’inizio del nostro percorso si sono arrese. Se noi resistiamo, io credo sia merito di nostra figlia. Sì perché io ho già una figlia biologica e, a volte, mi sembra di dover chiedere scusa per questo. Come se, visto che sono già mamma, fosse una pretesa eccessiva voler anche adottare.

Eppure è proprio perché vedo la gioia di vivere della mia bambina, proprio perché ogni giorno la guardo crescere serena, sveglia, allegra, penso che sarebbe bello regalare anche a un altro figlio, meno fortunato, le stesse opportunità.

Mio marito è un papà a tutto tondo, quando gli ho chiesto di provare ad adottare (sì, l’idea è stata mia!), ha accolto con slancio la proposta.

Noi non siamo disposti a tirarci indietro, anche se ogni volta si ricomincia da capo. ..

Siamo i genitori felici di una bimba felice. Non dovrebbe essere una garanzia anziché un handicap questo?

[/slider]
[slider title=”Sono una mammmmma adottiva”]

Sono una mammmmmma adottiva, la mia bambina ha 9 anni e viene dallo Sri Lanka. Prima di avere il suo abbinamento 3 anni fa, sono stata a lungo in attesa su un altro Paese. Due anni e mezzo a sperare, senza che mai qualcosa accadesse. Poi Ai.Bi. ci ha dato la possibilità di cambiare desistazione, proprio quando mio marito ed io avevamo perso le speranze. Così è stato deciso l’abbinamento allo Sri Lanka. Ma ancora niente… Proprio quando avevamo deciso di concederci una vacanza per il nostro anniversario di matrimonio, esattamente una settimana prima, arriva la notizia più bella, il regalo più bello: nostra figlia! Care coppie in attesa, il percorso è lungo e faticoso, ma non abbattevi e soprattutto fatevi coraggio uno con l’altro.

[/slider]
[slider title=”Se solo avessimo potuto farlo prima”]

Abbiamo incontrato nostro figlio in Brasile nell’ottobre del 2001. Se solo avessimo potuto farlo prima. Quando siamo arrivati i suoi occhi erano già spenti, inespressivi. Aveva sofferto tanto, era provato nel fisico e nello spirito, era stato troppo a lungo abbandonato a se stesso e al suo destino, senza che nessuno si interessasse a lui. Perché si scherza così sulla pelle dei bambini? Perché si mettono così tanti ostacoli prima che possiamo abbracciarli? La ferita dell’abbandono gli ha lasciato segni profondi, è una cicatrice viva, che torna spesso a sanguinare e che ha segnato nostro figlio in modo irreparabile. Se solo fossimo arrivati prima… Però, da quando ci siamo incontrati, noi camminiamo insieme. Insieme abbiamo affrontato e risolto tanti problemi, sia fisici che psichici, insieme stiamo “curando” le sue ferite e le sue paure. Ora ha gli occhi VIVI, ora può giocarsi la sua vita: se fosse rimasto lì, non sarebbe stata molto lunga. Lui è parte della nostra famiglia: non sarà mai più solo. Siamo molto contenti e lui fa progressi ogni giorno. Solo una cosa vogliamo sottolineare con forza: SE AVESSIMO POTUTO INCONTRARE PRIMA NOSTRO FIGLIO !!!!!!! Sarebbe stato molto meglio, tante situazioni prese in tempo si sarebbero potute affrontare e magari risolvere, più in fretta e senza tanta sofferenza per lui e per noi: ne siamo convinti. Non facciamo aspettare i nostri figli!

[/slider]