Adozione internazionale. Su Vita parla Marco Carretta, figlio adottivo: “I miei genitori? Quelli che mi hanno voluto, accolto, amato”

Sottolinea, intervistato per il numero di luglio della rivista: “Sono molto grato a quella ragazza che mi ha messo al mondo. Poteva scegliere di non farmi nascere e invece, mentre mi abbandonava, mi ha dato un’altra vita ancora

E aggiunge: “Frequento ancora Ai.Bi., l’ente con cui sono stato adottato. Negli incontri a parlare erano sempre i genitori, gli operatori, così ho pensato: ‘Ma perché non far parlare i figli?’. È nato così Ai.Bi. giovani

adozione internazionale. Su Vita parla Marco Carretta, figlio adottivo grazie ad Ai.Bi.Un abbandono che, letto alla luce giusta, potrebbe persino essere inquadrato come la possibilità di una nuova vita: è così che Marco Carretta, o meglio “Marco Salah Eddine Carretta”, com’è stato chiamato sull’ultimo numero di Vita, appena pubblicato, nell’intervista che ha rilasciato alla redazione, pensa e vive la propria storia di figlio adottivo. I nomi marocchini sono quelli che gli hanno dato le suore dell’istituto in cui era stato abbandonato, prima dell’adozione internazionale. Non fa mistero, fin dalle prime battute, di sottolineare con convinzione che a volte può esistere una sola famiglia, quella che ti cresce. Non sono mai stato curioso, spiega a Vita di fronte alla richiesta sulle proprie origini e sulla donna che lo ha dato alla luce 26 anni fa in Marocco, prima di lasciarlo in un istituto di Rabat. I miei genitori – aggiunge – sono sempre stati quelli che mi hanno voluto, accolto, amato. Ma sono molto grato a quella ragazza che mi ha messo al mondo. Poteva scegliere di non farmi nascere e invece, mentre mi abbandonava, mi ha dato un’altra vita ancora: una possibilità che mi ha portato a Beatrice ed Ermes, mamma e papà”.

Per lui, il tempo necessario per entrare nella propria casa è stato di “22 mesi […] invece che i nove tradizionali”. Ma ha iniziato a sentirsi veramente figlio quando è arrivata Giulia.Mia sorella – racconta ancora a Vita ha quattro anni meno di me. È arrivata in un modo più tradizionale, è uscita dalla pancia della mamma e la ringrazio perché è lì che ho sciolto un nodo. I miei genitori potevano avere figli naturalmente, ma volevano proprio me. Sono partiti dalla provincia di Milano e arrivati fino in Marocco per portarmi a casa”. Anche per questo, Marco oggi è molto sereno e ringrazia per com’è andata la sua vicenda.

Anzi, rimarca all’intervistatore, “se non fosse per il colore della mia pelle, così diverso da quella bianco latte dei miei genitori, non mi sarei mai potuto immaginare come figlio adottivo”. Anche se il confronto con altri figli adottivi oggi maggiorenni come lui è costante: “Con la mia famiglia frequento ancora Ai.Bi., l’ente con cui sono stato adottato. Negli incontri a parlare erano sempre i genitori, gli operatori, così ho pensato: ‘Ma perché non far parlare i figli?’. È nato così Ai.Bi. giovani, che poco alla volta ha creato piccoli gruppi regionali”. Un momento – ricorda l’articolo di Vita – per confrontarsi e raccontarsi. Anche se l’adozione è il punto comune, ogni storia è diversa. Come diverse sono le paure da affrontare: “Non ho mai visto l’adozione come ‘qualcosa che non doveva capitare”, chiarisce Marco. “Anzi, ogni giorno mi chiedo perché io sì e la maggior parte dei bambini no. E il senso di colpa non è facile da sopportare, ma parlarne aiuta”.